Un po’ di contesto boliviano

Estratto dall’articolo a firma Gianni Mina’ pubblicato sul Manifesto del 20 novembre
…Questo continente che cambia e riscatta anni di saccheggio delle sue risorse, allarma, in questo momento, gli Stati Uniti, o meglio, i suoi potentati finanziari piu’ retrivi, in misura maggiore di quanto non fosse accaduto all’inizio del terzo millennio. E’ una situazione che, purtroppo, sta suggerendo al Dipartimento di Stato, distrattosi negli ultimi tempi in Medio Oriente, i metodi piu’ prepotenti che, dagli anni ‘80 sembravano archiviati dalla diplomazia di Washington, in quello che era detto “il cortile di casa”. Per esempio, la strategia della tensione favorita nella regione di Santa Cruz (la piu’ ricca della povera Bolivia), da quando, da poco piu’ di un anno, e’ stato catapultato a La Paz l’ambasciatore Philip Goldberg, che gia’ aveva lavorato con successo per disgregare la ex Jugoslavia, sta toccando un limite di guardia. Si arriva a rispolverare schemi che si pensavano abbandonati dopo il fallimento grottesco del golpe contro Chavez in Venezuela, nel 2002, ma con caratteri piu’ inquietanti. Allora fu gia’ scandaloso che il leader del colpo di stato, appoggiato dal governo spagnolo di Aznar e da quello nordamericano di Bush jr, fosse esplicitamente il Presidente della Confindustria locale Pedro Francisco Carmona Estanga. Ma il tentativo illegale duro’ meno di quarantotto ore, perche’ Ugo Chavez si era gia’ guadagnato, in pochi anni, la fiducia degli apparati militari, affidando loro incarichi sociali che li facevano sentire parte della trasformazione democratica del paese. Era quello, forse, che Chavez, se non fosse stato interrotto da un infastidito re di Spagna, teso a difendere l’onore politico nazionale, avrebbe probabilmente voluto ricordare al vertice dei paesi latinoamericani di Santiago, la settimana scorsa. Anche in Bolivia gli Stati Uniti, e le loro potenti multinazionali, devono aver percepito l’inattesa resistenza delle forze armate nel farsi coinvolgere in azioni di eversione contro lo Stato centrale, perfino in una zona come quella di Santa Cruz (nella “medialuna” orientale), dove un’oligarchia economica alimenta un vento di secessione e dove un prefetto di stampo dichiaratamente fascista, come Manfred Reyes Villa, si da’ da fare per incitare gli animi con violenza contro il governo di Evo Morales, democraticamente eletto. L’inattesa lealta’ dell’esercito, sorprendente in un paese dove negli ultimi cento anni ci sono stati piu’ di centosettanta colpi di stato, ha spiazzato fin’ora quelle forze reazionarie che, guidate da un possidente agro industriale di origine croata, Branco Marinkovic, stanno spingendo verso la guerra civile. La tecnica, come successe in Nicaragua con i contras (allora sostenuti dal presidente Reagan), e’ quella di armare gruppi mercenari, provenienti o istruiti dai paramilitari, in questo caso della Colombia, o finanziare la secessione con capitali cileni di investitori come Juliano Adolfo Seco o Jorge Valdez, soci nella Banca dell’Unione del costruttore ed ex ministro boliviano Andres Petricevic. Tutti personaggi legati all’ex presidente Sanchez De Losada, riparato a Miami, dopo la sanguinosa repressione, dell’ottobre del 2003, dei movimenti indigeni che rifiutavano la svendita proprio del gas naturale a un cartello di multinazionali. L’interesse e’ quello di travasare il gas del sud est del paese verso la costa cilena del Pacifico. La fotografia di cui il presidente Evo Morales parlo’ nell’intervista rilasciata a Roberto Zanini proprio sul Manifesto, il 30 ottobre, e che mostra l’ambasciatore nordamericano Philip Goldberg con il rapinatore e paramilitare colombiano Venegas Reyes, ed il leader della Camera di Industria e Commercio di Santa Cruz Gabriel Dabdoub, e’ emblematica in questo senso. Cosi come non si puo’ dimenticare che gli Stati Uniti, in una elezione durata fino all’alba al Parlamento del Paragay, hanno ottenuto nel 2005 la possibilita’ di istallare una base militare a Mariscal Estigarribia, una citta’ di 30mila abitanti a 250 chilometri dalla frontiera con la zona dove piu’ e’ vivo l’impegno sociale dei movimenti indigeni della Bolivia. Il Senato Paraguayano ha approvato anche una legge che assicura ai 500 marines della base l’immunita’ diplomatica. C’e’ il presentimento di assistere ad una storia gia’ vissuta. E si capisce perche’ molta informazione occidentale su un giovane presidente come Evo Morales, che vuole cancellare l’arcaica dipendenza della Bolivia dagli interessi delle multinazionali del gas e dell’acqua, sia scorretta, e lo dipinga o come una marionetta nella mani di Cuba e del Venezuela di Chavez, o nel migliore dei casi, come un indigeno folkloristico, e non come invece e’, un giovane leader che ha vissuto la miseria dei contadini boliviani ed e’ deciso a estirparla.
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Intanto oggi il presidente boliviano Evo Morales si e’ unito ai 2500 cittadini che hanno percorso centinaia di chilometri da differenti dipartimenti del paese per arrivare alla sede del governo. Il corteo da vari giorni manifesta contro l’ostruzionismo del Senato, che blocca un pacchetto di progetti sociali per lo sviluppo del paese, come la norma per il reddito universale di vecchiaia.
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