Evo Morales nel mirino
Thursday, November 29th, 2007
Articolo ripreso da Pietro Orsatti
Non e’ un populista come Chavez. Non ha alle spalle una rivoluzione come Castro. Non si e’ convertito a un neoliberismo dal volto umano come Lula. Non e’ un peronista camuffato come la dinastia presidenziale argentina dei Kirchner. E e’ per questo che Evo Morales, il presidente della Bolivia, fa molta paura. Fa paura perche’ guida un Paese ricco di risorse energetiche (gas e petrolio) ancora non sfruttate. Fa paura perche’ non e’ un politico tradizionale, ma un esponente dei movimenti sociali e del sindacato prestato alla politica. Fa paura, soprattutto, perche’ e’ il primo presidente indio, Aymara, e lo rivendica richiamandosi alla propria storia e alla propria cultura. Anche se in quella cultura si prevede la coltivazione tradizionale della pianta di coca.
Una paura che lo sta trasformando nel “target” di un probabile colpo di stato in vecchio stile latinoamericano, con tanto di Cia dietro le quinte. Nonostante che sia un presidente eletto democraticamente, che le sue riforme seguano un iter parlamentare e non quello dei decreti presidenziali. Nonostante che la sua cultura di sindacalista lo conduca piu’ al dialogo e alla mediazione che all’imposizione e al decisionismo. Su questo aspetto, infatti, le differenze fra Morales e Chavez sono evidenti, come invece esiste un’affinita’ maggiore, soprattutto nel metodo, con il brasiliano Lula.
“Gli Stati Uniti stanno finanziando le organizzazioni conservatrici della destra - racconta Morales -. Stanno cercando di far passare questi finanziamenti come improbabili aiuti per creare “un contrappeso” al governo che sto guidando. Finanziamenti esterni per interessi esterni camuffati da aiuti. Mi ricordo delle basi militari nel territorio, a esempio, di Cochabamba, dove militari americani davano ordini a soldati boliviani con la scusa della lotta al narcotraffico, e invece si faceva la guerra ai cocaleros, ai poveri agricoltori che coltivavano la pianta di coca tradizionalmente e non producevano cocaina. La cosa incredibile e’ che oggi io sono a capo delle forze armate. E come capo delle forze armate posso affermare che basi del genere non ci saranno piu’. Stiamo preparando - prosegue - un emendamento alla Costituzione che dichiara che la Bolivia rifiuta la guerra. Ma questo non vuole dire che rinuncia a difendersi dai nemici esterni e interni”.
I nemici di Morales, quelli che lo vorrebbero destituire - e piu’ volte si e’ parlato addirittura della sua eliminazione fisica. I guai sono concentrati soprattutto nella provincia indipendentista di Santa Cruz. Dove il 20 ottobre un attentato ha colpito la sede della delegazione venezuelana e una casa che ospitava alcuni medici cubani. E dove da mesi viene segnalata la presenza di paramilitari colombiani, gli stessi addestrati dai consulenti statunitensi per la lotta alle Farc in Colombia.
Quando Morales, in visita per tre giorni in Italia, entra nella casa occupata da Action nel quartiere S. Lorenzo di Roma per incontrare i movimenti sociali italiani (dalla Rete Lilliput ai centri sociali, dai comitati No Tav e No dal Molin ai sindacati di base e alle associazioni) sembra un po’ in imbarazzo. “Non sapevo se avreste accettato di incontrarmi ora che sono presidente”, e poi ride. “Quando mi venne proposto nel Novantasei di candidarmi come parlamentare - racconta il presidente boliviano - quasi rifiutai. L’uomo politico boliviano, in particolare quello della vecchia destra conservatrice, solitamente e’ considerato un politicante e ladrones. Per me era impossibile pensarmi in quel ruolo”. Ci si da’ del tu, al massimo qualcuno aggiunge un “compagno presidente”.
L’incontro con Romano Prodi a palazzo Chigi puo’ attendere, saltano i protocolli, i servizi di sicurezza cedono il passo al servizio d’ordine di Action, sul tavolo una caraffa di the’ freddo e acqua del rubinetto in bottiglie di plastica riciclata. L’acqua e’ il centro della storia recente della Bolivia, del successo dei movimenti che si opposero nel 2000 a Cochabamba contro la privatizzazione dell’acqua. Un movimento che metteva in relazione i sindacati rurali - in particolare quello dei cocaleros guidato dall’allora neo deputato Morales, appunto - e i movimenti urbani che facevano riferimento soprattutto a Oscar Olivera.
“La nostra lotta, a livello nazionale e internazionale, e’ affermare che il diritto all’acqua e’ un diritto umano - afferma Morales -. Un diritto umano non puo’ essere gestito da un’azienda privata. Non si possono fare affari su un diritto umano. Per noi tutti i bisogni primari devono essere dichiarati diritti umani. E quindi sono un bene collettivo e pubblico e devono essere garantiti a tutti”. E’ su questo principio di “diritto” che si basa la politica delle nazionalizzazioni avviata dal governo Morales in 21 mesi di presidenza. Nazionalizzazioni che hanno incontrato forte opposizione in alcune aree del Paese e soprattutto da parte degli Stati Uniti, che gestivano storicamente le risorse boliviane e determinavano chi e come governasse “la miniera del gas” latinoamericana.
Ma anche l’Italia si e’ opposta a questo processo. E’ il caso della Telecom che ha addirittura ricorso in sede di Banca mondiale contro la nazionalizzazione della sua associata boliviana Entel. Morales non ne vuole parlare direttamente, ma la sua visita in Italia probabilmente prevede anche un tentativo di mediazione sulla questione. “Sono molti gli argomenti di cui parlero’ con il vostro premier - svicola - fra le quali la possibilita’ di cooperazione fra i nostri Paesi”.
“Noi stiamo negoziando a livello internazionale - prosegue Morales - affinche’ certi settori basilari della vita di ciascuno di noi, certi bisogni primari, siano dichiarati un diritto umano, e che quindi vengano inseriti nelle agende politiche degli organi internazionali e delle Nazioni che vi aderiscono”. E fra questi diritti, secondo il presidente boliviano, c’e’ anche quello di accedere alle risorse energetiche”.
Che il presidente boliviano sia qui anche per sondare l’Eni? Morales, infatti, non e’ contrario, nonostante la nazionalizzazione del settore energetico, a forme di cooperazione, anche privata, all’estero come quella appena avviata con il gigante brasiliano Petrobras. Una necessita’, quella della cooperazione internazionale, che la Bolivia sente molto, anche dopo la spoliazione di decenni di dittatura e i governi di transizione.
Al ritorno in Bolivia Morales si trovera’ a dover affrontare forse una delle stagioni piu’ difficili della sua vita. La storia di quest’uomo racconta un’America latina in profondo cambiamento. E che non ha, e non vuole avere, tentazioni autoritarie, ne’ essere il cortile degli Stati Uniti: “Quando si e’ al governo si devono ancor di piu’ rispettare le leggi. Il mio percorso e’ la democrazia”. Altro che la strillata “questione Morales” con cui alcuni giornali italiani hanno accolto a Roma il primo presidente Aymara.






