Archive for November, 2007

Evo Morales nel mirino

Thursday, November 29th, 2007

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Articolo ripreso da Pietro Orsatti
Non e’ un populista come Chavez. Non ha alle spalle una rivoluzione come Castro. Non si e’ convertito a un neoliberismo dal volto umano come Lula. Non e’ un peronista camuffato come la dinastia presidenziale argentina dei Kirchner. E e’ per questo che Evo Morales, il presidente della Bolivia, fa molta paura. Fa paura perche’ guida un Paese ricco di risorse energetiche (gas e petrolio) ancora non sfruttate. Fa paura perche’ non e’ un politico tradizionale, ma un esponente dei movimenti sociali e del sindacato prestato alla politica. Fa paura, soprattutto, perche’ e’ il primo presidente indio, Aymara, e lo rivendica richiamandosi alla propria storia e alla propria cultura. Anche se in quella cultura si prevede la coltivazione tradizionale della pianta di coca.

Una paura che lo sta trasformando nel “target” di un probabile colpo di stato in vecchio stile latinoamericano, con tanto di Cia dietro le quinte. Nonostante che sia un presidente eletto democraticamente, che le sue riforme seguano un iter parlamentare e non quello dei decreti presidenziali. Nonostante che la sua cultura di sindacalista lo conduca piu’ al dialogo e alla mediazione che all’imposizione e al decisionismo. Su questo aspetto, infatti, le differenze fra Morales e Chavez sono evidenti, come invece esiste un’affinita’ maggiore, soprattutto nel metodo, con il brasiliano Lula.

“Gli Stati Uniti stanno finanziando le organizzazioni conservatrici della destra - racconta Morales -. Stanno cercando di far passare questi finanziamenti come improbabili aiuti per creare “un contrappeso” al governo che sto guidando. Finanziamenti esterni per interessi esterni camuffati da aiuti. Mi ricordo delle basi militari nel territorio, a esempio, di Cochabamba, dove militari americani davano ordini a soldati boliviani con la scusa della lotta al narcotraffico, e invece si faceva la guerra ai cocaleros, ai poveri agricoltori che coltivavano la pianta di coca tradizionalmente e non producevano cocaina. La cosa incredibile e’ che oggi io sono a capo delle forze armate. E come capo delle forze armate posso affermare che basi del genere non ci saranno piu’. Stiamo preparando - prosegue - un emendamento alla Costituzione che dichiara che la Bolivia rifiuta la guerra. Ma questo non vuole dire che rinuncia a difendersi dai nemici esterni e interni”.

I nemici di Morales, quelli che lo vorrebbero destituire - e piu’ volte si e’ parlato addirittura della sua eliminazione fisica. I guai sono concentrati soprattutto nella provincia indipendentista di Santa Cruz. Dove il 20 ottobre un attentato ha colpito la sede della delegazione venezuelana e una casa che ospitava alcuni medici cubani. E dove da mesi viene segnalata la presenza di paramilitari colombiani, gli stessi addestrati dai consulenti statunitensi per la lotta alle Farc in Colombia.

Quando Morales, in visita per tre giorni in Italia, entra nella casa occupata da Action nel quartiere S. Lorenzo di Roma per incontrare i movimenti sociali italiani (dalla Rete Lilliput ai centri sociali, dai comitati No Tav e No dal Molin ai sindacati di base e alle associazioni) sembra un po’ in imbarazzo. “Non sapevo se avreste accettato di incontrarmi ora che sono presidente”, e poi ride. “Quando mi venne proposto nel Novantasei di candidarmi come parlamentare - racconta il presidente boliviano - quasi rifiutai. L’uomo politico boliviano, in particolare quello della vecchia destra conservatrice, solitamente e’ considerato un politicante e ladrones. Per me era impossibile pensarmi in quel ruolo”. Ci si da’ del tu, al massimo qualcuno aggiunge un “compagno presidente”.

L’incontro con Romano Prodi a palazzo Chigi puo’ attendere, saltano i protocolli, i servizi di sicurezza cedono il passo al servizio d’ordine di Action, sul tavolo una caraffa di the’ freddo e acqua del rubinetto in bottiglie di plastica riciclata. L’acqua e’ il centro della storia recente della Bolivia, del successo dei movimenti che si opposero nel 2000 a Cochabamba contro la privatizzazione dell’acqua. Un movimento che metteva in relazione i sindacati rurali - in particolare quello dei cocaleros guidato dall’allora neo deputato Morales, appunto - e i movimenti urbani che facevano riferimento soprattutto a Oscar Olivera.

“La nostra lotta, a livello nazionale e internazionale, e’ affermare che il diritto all’acqua e’ un diritto umano - afferma Morales -. Un diritto umano non puo’ essere gestito da un’azienda privata. Non si possono fare affari su un diritto umano. Per noi tutti i bisogni primari devono essere dichiarati diritti umani. E quindi sono un bene collettivo e pubblico e devono essere garantiti a tutti”. E’ su questo principio di “diritto” che si basa la politica delle nazionalizzazioni avviata dal governo Morales in 21 mesi di presidenza. Nazionalizzazioni che hanno incontrato forte opposizione in alcune aree del Paese e soprattutto da parte degli Stati Uniti, che gestivano storicamente le risorse boliviane e determinavano chi e come governasse “la miniera del gas” latinoamericana.

Ma anche l’Italia si e’ opposta a questo processo. E’ il caso della Telecom che ha addirittura ricorso in sede di Banca mondiale contro la nazionalizzazione della sua associata boliviana Entel. Morales non ne vuole parlare direttamente, ma la sua visita in Italia probabilmente prevede anche un tentativo di mediazione sulla questione. “Sono molti gli argomenti di cui parlero’ con il vostro premier - svicola - fra le quali la possibilita’ di cooperazione fra i nostri Paesi”.

“Noi stiamo negoziando a livello internazionale - prosegue Morales - affinche’ certi settori basilari della vita di ciascuno di noi, certi bisogni primari, siano dichiarati un diritto umano, e che quindi vengano inseriti nelle agende politiche degli organi internazionali e delle Nazioni che vi aderiscono”. E fra questi diritti, secondo il presidente boliviano, c’e’ anche quello di accedere alle risorse energetiche”.

Che il presidente boliviano sia qui anche per sondare l’Eni? Morales, infatti, non e’ contrario, nonostante la nazionalizzazione del settore energetico, a forme di cooperazione, anche privata, all’estero come quella appena avviata con il gigante brasiliano Petrobras. Una necessita’, quella della cooperazione internazionale, che la Bolivia sente molto, anche dopo la spoliazione di decenni di dittatura e i governi di transizione.

Al ritorno in Bolivia Morales si trovera’ a dover affrontare forse una delle stagioni piu’ difficili della sua vita. La storia di quest’uomo racconta un’America latina in profondo cambiamento. E che non ha, e non vuole avere, tentazioni autoritarie, ne’ essere il cortile degli Stati Uniti: “Quando si e’ al governo si devono ancor di piu’ rispettare le leggi. Il mio percorso e’ la democrazia”. Altro che la strillata “questione Morales” con cui alcuni giornali italiani hanno accolto a Roma il primo presidente Aymara.

Un po’ di contesto boliviano

Wednesday, November 28th, 2007

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Estratto dall’articolo a firma Gianni Mina’ pubblicato sul Manifesto del 20 novembre
…Questo continente che cambia e riscatta anni di saccheggio delle sue risorse, allarma, in questo momento, gli Stati Uniti, o meglio, i suoi potentati finanziari piu’ retrivi, in misura maggiore di quanto non fosse accaduto all’inizio del terzo millennio. E’ una situazione che, purtroppo, sta suggerendo al Dipartimento di Stato, distrattosi negli ultimi tempi in Medio Oriente, i metodi piu’ prepotenti che, dagli anni ‘80 sembravano archiviati dalla diplomazia di Washington, in quello che era detto “il cortile di casa”. Per esempio, la strategia della tensione favorita nella regione di Santa Cruz (la piu’ ricca della povera Bolivia), da quando, da poco piu’ di un anno, e’ stato catapultato a La Paz l’ambasciatore Philip Goldberg, che gia’ aveva lavorato con successo per disgregare la ex Jugoslavia, sta toccando un limite di guardia. Si arriva a rispolverare schemi che si pensavano abbandonati dopo il fallimento grottesco del golpe contro Chavez in Venezuela, nel 2002, ma con caratteri piu’ inquietanti. Allora fu gia’ scandaloso che il leader del colpo di stato, appoggiato dal governo spagnolo di Aznar e da quello nordamericano di Bush jr, fosse esplicitamente il Presidente della Confindustria locale Pedro Francisco Carmona Estanga. Ma il tentativo illegale duro’ meno di quarantotto ore, perche’ Ugo Chavez si era gia’ guadagnato, in pochi anni, la fiducia degli apparati militari, affidando loro incarichi sociali che li facevano sentire parte della trasformazione democratica del paese. Era quello, forse, che Chavez, se non fosse stato interrotto da un infastidito re di Spagna, teso a difendere l’onore politico nazionale, avrebbe probabilmente voluto ricordare al vertice dei paesi latinoamericani di Santiago, la settimana scorsa. Anche in Bolivia gli Stati Uniti, e le loro potenti multinazionali, devono aver percepito l’inattesa resistenza delle forze armate nel farsi coinvolgere in azioni di eversione contro lo Stato centrale, perfino in una zona come quella di Santa Cruz (nella “medialuna” orientale), dove un’oligarchia economica alimenta un vento di secessione e dove un prefetto di stampo dichiaratamente fascista, come Manfred Reyes Villa, si da’ da fare per incitare gli animi con violenza contro il governo di Evo Morales, democraticamente eletto. L’inattesa lealta’ dell’esercito, sorprendente in un paese dove negli ultimi cento anni ci sono stati piu’ di centosettanta colpi di stato, ha spiazzato fin’ora quelle forze reazionarie che, guidate da un possidente agro industriale di origine croata, Branco Marinkovic, stanno spingendo verso la guerra civile. La tecnica, come successe in Nicaragua con i contras (allora sostenuti dal presidente Reagan), e’ quella di armare gruppi mercenari, provenienti o istruiti dai paramilitari, in questo caso della Colombia, o finanziare la secessione con capitali cileni di investitori come Juliano Adolfo Seco o Jorge Valdez, soci nella Banca dell’Unione del costruttore ed ex ministro boliviano Andres Petricevic. Tutti personaggi legati all’ex presidente Sanchez De Losada, riparato a Miami, dopo la sanguinosa repressione, dell’ottobre del 2003, dei movimenti indigeni che rifiutavano la svendita proprio del gas naturale a un cartello di multinazionali. L’interesse e’ quello di travasare il gas del sud est del paese verso la costa cilena del Pacifico. La fotografia di cui il presidente Evo Morales parlo’ nell’intervista rilasciata a Roberto Zanini proprio sul Manifesto, il 30 ottobre, e che mostra l’ambasciatore nordamericano Philip Goldberg con il rapinatore e paramilitare colombiano Venegas Reyes, ed il leader della Camera di Industria e Commercio di Santa Cruz Gabriel Dabdoub, e’ emblematica in questo senso. Cosi come non si puo’ dimenticare che gli Stati Uniti, in una elezione durata fino all’alba al Parlamento del Paragay, hanno ottenuto nel 2005 la possibilita’ di istallare una base militare a Mariscal Estigarribia, una citta’ di 30mila abitanti a 250 chilometri dalla frontiera con la zona dove piu’ e’ vivo l’impegno sociale dei movimenti indigeni della Bolivia. Il Senato Paraguayano ha approvato anche una legge che assicura ai 500 marines della base l’immunita’ diplomatica. C’e’ il presentimento di assistere ad una storia gia’ vissuta. E si capisce perche’ molta informazione occidentale su un giovane presidente come Evo Morales, che vuole cancellare l’arcaica dipendenza della Bolivia dagli interessi delle multinazionali del gas e dell’acqua, sia scorretta, e lo dipinga o come una marionetta nella mani di Cuba e del Venezuela di Chavez, o nel migliore dei casi, come un indigeno folkloristico, e non come invece e’, un giovane leader che ha vissuto la miseria dei contadini boliviani ed e’ deciso a estirparla.

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Intanto oggi il presidente boliviano Evo Morales si e’ unito ai 2500 cittadini che hanno percorso centinaia di chilometri da differenti dipartimenti del paese per arrivare alla sede del governo. Il corteo da vari giorni manifesta contro l’ostruzionismo del Senato, che blocca un pacchetto di progetti sociali per lo sviluppo del paese, come la norma per il reddito universale di vecchiaia.
Maggiori informazioni (in spagnolo)

La Bolivia dev’essere aiutata!

Tuesday, November 27th, 2007

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25 Novembre 2007

FORUM UMANISTA LATINOAMERICANO
DICHIARAZIONE STAMPA

1. - Il Forum Umanista Latinoamericano, riunito nella citta’ di La Paz, con piu’ di 2000 rappresentanti della Bolivia, dell’America latina e di varie parti del mondo, si congratula con i Costituenti che, superando grandi resistenze e minacce alla loro integrita’ fisica, hanno saputo essere coerenti col mandato del paese e hanno approvato la nuova Costituzione Politica dello Stato della Bolivia.

Esprimiamo il nostro totale appoggio alla nuova Magna Carta e ci felicitiamo con il popolo boliviano per questo esempio di trasformazione, per il coraggio di cominciare un nuovo cammino senza esclusioni, con giustizia, sovranita’ ed in difesa dell’umanita’.

2. - manifestiamo il totale appoggio di questo Forum e dell’Umanesimo mondiale, rappresentato dalle delegazioni che sono arrivate nella citta’ di La Paz da tutto il mondo, al Presidente Evo Morales, al suo governo ed al processo senza ritorno che ha iniziato il meraviglioso popolo boliviano per recuperare le sue risorse, ma soprattutto per recuperare la sua dignita’.
In questo senso, chiediamo umilmente all’opposizione di contribuire affinche’ questo processo arrivi ad un buon fine.

3. - Siamo profondamente dispiaciuti per le morti recenti. Abbiamo la certezza che si indaghera’ sull’accaduto e che verranno puniti i responsabili di fatti tanto dolorosi.
Vogliamo in questo senso fare un appello ai giovani, alle nuove generazioni. La vostra funzione e’ rinnovare la vita, rafforzare il nuovo, esplorare nuove strade, sempre attraverso la Nonviolenza attiva.

4. - vogliamo che tutto il mondo sappia che una nuova civilta’ sta sorgendo qui in Bolivia e che molti occhi e cuori stanno guardando speranzosi in questa direzione e che insieme a noi esprimeranno, in molteplici azioni e campagne, la loro solidarieta’ al nostro fratello Presidente e al suo governo.

Infine, noi Umanisti dell’America latina e dell’ Europa offriamo la nostra disponibilita’ ad agire come mediatori qualora la nostra azione possa contribuire a far avanzare positivamente questo processo a beneficio del popolo boliviano.

Tomas Hirsch
Portavoce dell’Umanesimo per l’America Latina
Giorgio Schultze
Portavoce dell’Umanesimo per l’Europa
Chris Well
Portavoce dell’Umanesimo per il Nord-America

La Bolivia deve essere aiutata.

Durante queste settimane si sono intensificate le notizie riguardanti la situazione politica in Bolivia .
Il congresso boliviano sta informando tutti i paesi della regione latino-americana che l’oligarchia fascista locale con una minoranza sostenuta dagli USA sta cercando di sviluppare un piano golpista ai danni del governo di Evo Morales, legittimamente e democraticamente eletto.
Il comunicato distribuito, dal titolo “Piano per rovesciare l’indio di merda” non fa presagire niente di buono, dopo anni di governi dittatoriali e pseudo democrazie, il popolo boliviano ha iniziato un processo di autodeterminazione con la volonta’ democratica del proprio paese.
Grazie a un personaggio molto coraggioso, interprete delle necessita’ delle maggioranze si sta attuando un progetto politico di grande interesse.
L’azione orientata a governare realmente per il popolo ha elevato molto il rischio di un golpe.
In una nazione dell’America Latina, regione che da sempre gli Usa ritengono di loro proprieta’.
In questo momento stiamo chiedendo solidarieta’ a tutte le forze democratiche e progressiste affinche’ venga preventivamente smascherata l’intenzione golpista.
Evitiamo i rischi di una ripetizione storica.
Evo Morales, per la prima volta nella storia, e’ l’espressione concreta del popolo al potere, non e’ un politico ma un vero trasformatore sociale, ha aperto un varco nell’impossibilita’ di vedere cambiamenti sociali.
Diffondiamo queste brevi notizie e invitiamo le persone a documentarsi sulla realta’ boliviana ai seguenti siti:
http://www.congresobolivariano.org/
http://www.tomashirsch.org

Creiamo un onda di diffusione attraverso i siti, le mail e quei personaggi che si occupano da sempre di America Latina.

Antonio Berti

Evo Morales all’inaugurazione del Foro Latinoamericano: un umanista al servizio della vita e dell’umanita’

Monday, November 26th, 2007


Il video e’ cio’ che e’ andato in onda in una tv argentina.
Notizie di agenzia sull’apertura del Foro Umanista da parte di Evo Morales.
Un po’ di foto dal Foro (album1 e album2)
Il presidente Evo Morales ha lanciato dure critiche contro il capitalismo e si e’ dichiarato umanista durante l’inaugurazione del secondo Forum Umanista Latinoamericano che ha avuto luogo nella facolta’ di diritto dell’Universita’ Mayor de San Andres (La Paz).
“Un giornalista mi ha domandato se ero di destra o di sinistra e io gli ho risposto: della destra mai, della sinistra dipende, perche’ ci sono persone di sinistra che sono strumenti dell’imperialismo. Quindi ne’ di sinistra ne’ di destra, ma umanista.”
In questo contesto il presidente Evo Morales si e’ congratulato con gli organizzatori dell’evento, che hanno reso possibile un incontro di tutte le nazioni latinoamericane e altre nazioni del mondo, per rafforzare l’unita’ in difesa dell’umanita’ di tutte le persone.
“E’ importante la presenza delle diverse nazioni che condividono la lotta per la vita e per l’umanita’”.
Ha espresso il proprio impegno di continuare nella difesa della vita, per la quale ha esortato alla partecipazione tutti gli umanisti, per dare forza a una rivoluzione profonda con il fine di creare coscienza dell’umanita’ di tutte le persone.
Ha enfatizzato il proprio rifiuto ai conflitti armati che in alcuni paesi del mondo si promuovono per generare violenza contro la vita di molte persone.
“Che bello sarebbe una rivoluzione profonda sulla base della coscienza dei popoli. Per questo e’ importante mobilitarci per terminare con i conflitti armati che ancora esistono in alcuni paesi, e affinche’ i nostri compagni cambino questa mentalita’”.
“Io non condivido il capitalismo e non e’ possibile che alcune famiglie, che alcune multinazionali, continuino a concentrare il capitale in poche mani saccheggiando le risorse naturali, sfruttando esseri umani e, quando gli va male, a creare strumenti di sottomissione e dominazione.”

Ha preso come esempio il Ciade, organo di arbitrato internazionale, segnalandolo come strumento del capitalismo.
“Inizieremo una campagna internazionale perche’ cessi la sua attivita’ il Ciade. Non abbiamo bisogno di strumenti di saccheggiamento. Ciade e’ uno strumento del capitalismo e delle multinazionali. E come e’ possibile che in questo nuovo millennio il capitalismo si converti in industria della morte, come strumento di profonde diseguaglianze economiche, profonde differenze tra famiglie, tra paesi e tra continenti. Mai si risolveranno i problemi centrali.”

Dall’inferno del Bangladesh

Thursday, November 22nd, 2007

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Il Bangladesh nei giorni scorsi (la notte tra il 15 e il 16 novembre) e’ stato colpito da un uragano che ne ha sommerso parte della zona meridionale.
Il numero delle vittime e’ ancora incerto per diversi motivi. Sia perche’ alcune zone sembra siano state raggiunte dai soccorsi solo oggi, sia perche’ nelle zone rurali spesso non c’e’ un censimento capillare della popolazione.
Nella citta’ di Patuakhali, una di quelle maggiormente colpite, abbiamo alcuni amici umanisti. Masud al momento si trova a Dhaka e li stava facendo alcuni tentativi di portare il messaggio umanista. Monir, un altro dei nostri, ci ha scritto e mandato foto dalla zona.
Vista l’entita’ della catastrofe (si stimano dalle 10.000 alle 20.000 vittime) tutti hanno sofferto qualche perdita, se non di parenti quanto meno di amici o conoscenti.
Per affrontare la situazione ci stiamo muovendo in due modi, uno pratico-logistico, l’altro psicologico-morale.
Con il primo si stanno riorganizzando le strutture e si cominciano a raccogliere fondi per acquistare cibo essiccato, riso, mucche.
Con il secondo mi racconta Eracle (che sta a Dhaka) si stannno aiutando le persone ad integrare l’accaduto e a reagire.
Qui in Italia stiamo organizzando cerimonie e raccolta fondi (una cena e’ in programma per venerdi 23 alle 21 al locale di via Bezzecca, Roma) che manderemo al conto corrente di Masud.
Chi vuole puo’ unirsi in entrambe le cose (sotto le coordinate bancarie di Masud).

Md Mozammel Hossain (Masud)
Account-no- 34090031
Swift code JANBBDDHFEC
Dhaka University Campus Branch
Janata Bank,
Dhaka University - Dhaka 1000.
Bangladesh

Boicotta la Telecom per la Bolivia

Tuesday, November 20th, 2007

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Entel e’ la societa’ telefonica boliviana, il cui 50% e’ stato ceduto nel 1996 all’allora Stet, oggi Telecom.
Evo Morales (presidente della Bolivia) vuole che la proprieta’ delle telecomunicazioni sia dello Stato anziche’ gestita privatamente; per questo ha chiesto una mediazione al presidente Prodi che finora non c’e’ stata, anzi c’e’ stata una lettera di D’Alema, ministro degli Esteri, che prende le difese di Telecom, che invece non vorrebbe uscire dalla Bolivia (con quale diritto? Morales ha il diritto derivato dal popolo).
La politica si è mossa (a partire da Prodi e D’Alema) per evitare che Telecom stessa finisse nelle mani di una cordata statunitense e messicana. Gli stessi politici (Prodi e D’Alema) in Bolivia si muovono, per ora, contro la volonta’ di rinazionalizzazione delle telecomunicazioni (non e’ una palese contraddizione di propositi?).
Non e’ detto che l’atteggiamento del governo a favore di Telecom perduri: gia’ la Fiom-Cgil e i Cobas si sono schierati dalla parte di Morales e un’eventuale mobilitazione del mondo no global potrebbe suscitare una forte pressione di Rifondazione, Pdci e Verdi, di cui Prodi non può fare a meno, perchè il governo a sua volta prema su Telecom perchè abbandoni l’investimento boliviano.
Tra l’altro il governo boliviano accusa Telecom di aver frodato il fisco di quel paese per 25 milioni di dollari e di non aver fatto gli investimenti che si era impegnata a fare: accuse molto simili a quelle che, in questi giorni, vengono mosse in Italia a Telecom.
articolo tratto da ZeusNews

Chomsky: lo scudo in Repubblica Ceca e’ una dichiarazione di guerra

Sunday, November 18th, 2007

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Noam Chomsky scrive a Jan Tamas, leader di Ne Zakladnam in Repubblica Ceca, a proposito dello scudo stellare americano. Che tanto difensivo come scudo non e’….

L’installazione di un sistema missilistico di difesa nell’Europa orientale e’ virtualmente una dichiarazione di guerra. Immaginate semplicemente come reagirebbero gli Stati Uniti se la Russia o la Cina o, di fatto, una qualsiasi potenza straniera avesse l’ardire anche solo di pensare di istallare un sistema missilistico di difesa, per non parlare di farlo effettivamente, alla frontiera americana o vicino ad essa. In tali circostanze inimmaginabili, una reazione americana violenta non solo sarebbe quasi certa ma anche comprensibile per motivi che sono semplici e chiari.

E’ ben noto a tutti che la difesa missilistica e’ un’arma “first strike”, di primo colpo. Esperti analisti statunitensi descrivono la difesa missilistica come “non semplicemente uno scudo ma un abilitatore di offensive americane”. Esso “facilitera’ l’applicazione piu’ efficace della potenza militare americana all’estero”. “Isolando la patria dalle rappresaglie, (la difesa missilistica) garantira’ la capacita’ e la volonta’ degli Stati Uniti di “plasmare” gli assetti geopolitici altrove”. “In realta’, la difesa missilistica non ha lo scopo di proteggere l’America. E’ uno strumento per la dominazione globale”. “La difesa missilistica ha a che fare con la preservazione della capacita’ americana di esercitare il suo potere all’estero. Non ha a che fare con la difesa. Ha a che fare con l’offensiva. E questo e’ proprio il motivo per cui ne abbiamo bisogno”.
Tutte queste citazioni da fonti liberali e mainstream rispettabili favorevoli allo sviluppo del sistema e alla sua sistemazione ai limiti più remoti del dominio globale statunitense.

La logica e’ semplice e ben assimilata. Un sistema di difesa missilistico informa i bersagli potenziali che “vi attaccheremo come ci piace e voi non potrete vendicarvi, percio’ non ci potete dissuadere”. Si sta vendendo il sistema agli europei come se fosse una difesa dai missili iraniani. Ma anche se l’Iran avesse delle armi nucleari e dei missili a lunga gittata, la probabilita’ che li utilizzi per attaccare l’Europa e’ minore della probabilita’ che l’Europa venga colpita da un asteroide, per cui, se il motivo e’ la difesa, la Repubblica ceca dovrebbe istallare un sistema per difendersi dagli asteroidi. Se l’Iran dovesse mostrare anche la minima intenzione di una tale mossa, verrebbe vaporizzato. Il sistema e’ certamente puntato sull’Iran ma come un’arma di primo colpo. E’ un componente delle minacce americane sempre piu’ forti di attaccare l’Iran, minacce che sono gia’ per se’ una violazione grave della Carta dell’Onu, anche se, dichiaratamente, questo problema non si pone negli stati fuori legge.

Quando Gorbaciov permise ad una Germania unificata di unirsi ad un’alleanza militare ostile, stava accettando una minaccia molto severa alla sicurezza russa per motivi che sono troppo noto per richiamarli. In risposta, il governo statunitense fece un giuramento risoluto di non espandere la Nato verso l’Est. Il giuramento fu violato qualche anno dopo con pochi commenti nell’Occidente ma aumentando la minaccia di un conflitto militare. La cosiddetta “difesa missilistica” porta la minaccia della guerra qualche tacca piu’ in alto. La “difesa” che fornisce consiste nell’aumentare la minaccia di aggressione nel Medioriente con conseguenze incalcolabili e la minaccia di un guerra nucleare finale.

Piu’ di mezzo secolo fa, Bertrand Russell e Albert Einstein fecero un appello straordinario alla gente di tutto il mondo, avvertendola di trovarsi di fronte ad una scelta “tetra e orribile e imprescindibile: vogliamo mettere fine alla razza umana, o vogliamo che l’umanita’ rinunci alla guerra”? Accettare un cosiddetto “sistema di difesa missilistico” significa fare una scelta in favore della fine della razza umana, forse in un futuro non-troppo-lontano.

www.nezakladnam.cz

No alle Basi in occasione dell’anniversario della Rivoluzione di Velluto

Friday, November 16th, 2007


Nel video l’intervista di Jan Tamas (portavoce del coordinamento europeo “No alle Basi” - ne zakladnam) in cui parla della nascita del coordinamento e mostra chiaramente la politica militarista statunitense ed europea, invitando a mobilitarsi in ogni parte d’Europa.
Qui (nell’archivio materiali di c234.net) potete scaricare il video ad alta risoluzione.

Il termine “Rivoluzione di velluto” (in ceco sametova revoluce, in slovacco nezna revolucia) (16 novembre - 29 dicembre 1989) si riferisce alla rivoluzione non violenta che rovescio’ il regime comunista cecoslovacco.
Comincio’ il 16 novembre 1989 con una manifestazione studentesca pacifica a Bratislava. Il giorno dopo una manifestazione analoga e non violenta fu caricata violentemente dalla polizia a Praga. Quell’evento scateno’ una serie di dimostrazioni popolari dal 19 novembre alla fine di dicembre, e uno sciopero generale di due ore il 27 dicembre. Entro il 20 novembre i dimostranti pacifici riunitisi a Praga passarono da 200.000 a quasi mezzo milione.
Mentre tutti gli altri regimi comunisti stavano cadendo e la protesta saliva nelle strade, il partito comunista di Cecoslovacchia annuncio’ che avrebbe rinunciato al proprio monopolio sul potere politico. Fu rimosso il filo spinato al confine con la Germania Ovest e l’Austria il 5 dicembre. Il 10 il presidente comunista Gustav Husak nomino’ un governo in buona parte non comunista e si dimise. Alexander Dubcek fu eletto presidente della camera mentre Vaclav Havel fu fatto presidente della repubblica cecoslovacca.
Nel giugno 1990 si tennero le prime elezioni democratiche dal 1946, che diedero alla Cecoslovacchia il primo governo non comunista in oltre 40 anni.

Dopo la manifestazione del 20 ottobre 2007 a Brdy (contro la costruzione dello scudo stellare americano), la situazione e’ diventata molto calda e interessante.
Il governo ceco continua a ignorare il 68% della popolazione, che dopo un’intensa campagna di lavaggio del cervello continua a opporsi a questo piano e sta cercando di realizzarlo senza indire un referendum.
Allo stesso tempo sta prendendo molte altre misure che producono rabbia e disillusione in molta gente: storie di corruzione e drastici cambiamenti nelle politiche sociali, in base ai quali i cechi si trovano per la prima volta a pagare l’istruzione e le cure sanitarie. Tutto questo sta provocando la forte sensazione che in Repubblica Ceca non ci sia democrazia.
Per questo come coordinamento No alle basi (Ne Zakladnam) abbiamo organizzato una manifestazione il 17 novembre, 18° anniversario della “rivoluzione di velluto” del 1989, chiamando la gente a scendere ancora una volta nella piazza principale di Praga per dire No alle basi USA, No alle spese militari, No a un governo che non rappresenta la gente e Si alla democrazia reale, al referendum, al disarmo e agli investimenti in campo sociale.
La situazione e’ molto interessante perche’ gli studenti e grossi sindacati, tra cui quello di polizia (!), appoggiano ufficialmente la manifestazione e vi parteciperanno insieme a noi.

In tutto il mondo gli umanisti organizzeranno iniziative per rafforzare quest’azione. A Firenze l’appuntamento e’ alle 16.00 di Venerdi’ 16/11 davanti all’ambasciata Ceca in via del Giglio 10.

Il Forum Umanista europeo chiede maggiore coerenza

Thursday, November 15th, 2007

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Da indymedia un’intervista a Giorgio Schultze sul proprio intervento a Bruxelles sul nucleare.

Il Parlamento europeo ha lanciato due anni fa l’idea di una Agora per stabilire un dialogo con la societa’ civile.
L’8 e il 9 novembre 2007, una prima riunione ha visto la partecipazione di oltre 400 rappresentanti di associazioni, ONG e sindacati. Abbiamo incontrato Giorgio Schultze, presidente del Forum Umanista Europeo, che partecipa a Agora.

* Signor Schultze: Ci puo’ spiegare le ragioni della sua partecipazione all’Agora del Parlamento europeo? *

G.S.: Questa Agora e’ una grande opportunita’ che ci è stata data per esprimere le nostre preoccupazioni e sicuramente per stabilire contatti con le istituzioni europee, ma anche con i numerosi partecipanti della societa’ civile che sono presenti.

* Ci puo’ spiegare che cos’e’ il Forum Umanista europeo? *

G.S. E’ un luogo di incontro fra coloro che si ritrovano sinceramente nei valori dell’ umanesimo.
Il prossimo forum umanista Europeo si terra’ a Milano all’inizio di aprile 2008 ed avra’ come tema principale ” La forza della nonviolenza.”
Ci saranno interscambi su molti argomenti, ma in particolare sul tema del disarmo. C’e’ effettivamente una corsa agli armamenti che e’ ripresa con rinnovato vigore. Il mancato rispetto del Trattato di Non Proliferazione (TNP) di armi nucleari e le tensioni attuali fanno correre un enorme rischio per l’umanita’ intera. Colgo l’occasione per invitare a sostenere
la campagna “Europe for Peace”, che tra gli altri ha gia’ ricevuto il sostegno di Noam Chomsky, Mikhail Gorbaciov e il sindaco di Hiroshima,
Tadakoshi Akiba.

* Quali sono le preoccupazioni che lei ha voluto presentare durante questo Agora? *

G.S.: Le parole contenute nei discorsi e nei trattati dell’Unione Europea sono molto spesso diversi dallo sviluppo delle realta’ dei nostri paesi. Tre esempi sono particolarmente scioccanti oggi:
- L’Unione europea chiede il dialogo tra le culture nei suoi valori e dall’altro lato, genera per il Trattato di Schengen, una discriminazione nei confronti di milioni di persone “extra-europee”
e di uomini e donne che lavorano in Europa.
- L’Unione europea afferma di essere una Regione di Pace e di Democrazia. Perche’ allora, oggi autorizza l’installazione sul suo territorio di nuove basi militari nucleari americane in Repubblica Ceca, Polonia e Italia, contro la volonta’ della maggioranza della popolazione direttamente
interessate e senza una reale discussione a livello europeo?
- La tutela dei bambini e delle giovani generazioni e’ anch’essa calpestata nel momento in cui l’Unione europea ha autorizzato l’uso di trattamenti a base Psicofarmacologia e anfetamine nelle scuole primarie per “calmare” i bambini detti iperattivi.

Lanciamo quindi un appello all’Unione europea per una maggiore coerenza.

Giorni umanisti…

Tuesday, November 13th, 2007

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Gli ultimi 10 giorni sono stati un continuo evolversi di eventi umanisti di rilievo e spessore mondiale, di cui mi risulta impossibile in questo momento sintetizzarne gli interi contenuti. Nel frattempo ne anticipo i temi e contesti.
A Madrid il 2, 3 e 4 novembre c’e’ stato il Forum per il Disarmo organizzato dagli umanisti spagnoli con valenza mondiale.
L’8 novembre al Parlamento Europeo a Bruxelles Giorgio Schultze ha parlato (per la prima volta in quella sede) di disarmo nucleare (presto mettero’ il video). Qui le foto.
A Santiago del Cile l’8, il 9 e il 10 novembre c’e’ stata la “Cumbre de los pueblos” (vertice dei popoli), cui si riferisce la foto sopra che vede Tomas Hirsch insieme a Evo Morales, Daniel Ortega e Hugo Chavez. Qui l’intero set di foto.
Un abraccio pieno di speranza per tutti :)